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Il mio paese

Tiziano Dalla MartaPassavano i giorni e la mia attesa si faceva sempre più curiosa. Difatti,  l’umida terra nera s’illuminò di minuscoli germogli che in tempo breve crebbero fitti, sottili, bianchissimi. Non dritti a sostegno di una improbabile spiga,  ma morbidi, appuntiti e vagolanti alla sfiduciata ricerca di luce.

Poi mi prese una certa tristezza, che mi spinse a gettare il tutto e a riprendere, sulla terrazza del tetto di casa, quell’orticello costituito da poca terra riportata sufficientemente fertile da consentirmi la raccolta di minute e tenere primizie. Un impegno che mi ero assunto per gioco, ma che gioco più non era. Quell’orticello abbisognava di cure  e di accorte attenzioni tempestive dato l’esiguo spessore.

L’orto, amplissimo alla mia vista inusitata, era coltivato da Camillo e Rachele, due anziani coniugi in permanenza curvi tra i filari degli ortaggi. Così mi apparivano nella distesa sempre verde priva di alberi. Unica presenza emergente una specie di tettoia-capanno posta al centro a protezione dell’asinello bendato, costretto a camminare in continuo girotondo per sollevare l’acqua del pozzo. E tutt’intorno un grande ordine ortofrutticolo fin contro l’abside della chiesa, la casa canonica e altre case in schiera, che lo recintavano alla stregua delle mura di un antico castello.

Fu quello il tempo magico della mia infanzia consapevole; l’intervallo obbligato prima di entrare nell’adolescenza distratta e turbolenta. Ero attento e mi stupivo senza clamore, perché, in mancanza di senso critico, consideravo compiuto l’ordine delle cose che andavo scoprendo.

 L’acqua, appunto, lo aveva configurato, tant’è  vero che il Tartaro era denominato “il fiume della palude”, quando divagava privo di arginature tra vaste depressioni di acque stagnanti.  Già la chiesa di San Martino venne costruita sopra un terrapieno e l’unica strada congiungeva le poche case secondo un percorso che aggirava le zone invase dalle acque. Come Venezia si è formata sulle isole della laguna ai bordi del mare, così il mio paese ha conquistato i terrapieni fra gli acquitrini delle tante risorgive provenienti dagli strati alluvionali della pedemontana Lessinia e che, diramandosi nella fertile pianura, ancora alimentano le generose fonti dei numerosi fiumi. Fu così che in corrispondenza delle sacche, delle anse e dei meandri bonificati sorsero le strade e le piazze di ampio respiro urbano.

Forse pescatori i primi abitatori, oppure quel sito costituiva una qualche difesa-rifugio rispetto alle vicine più salubri colline infestate forse dalle belve se non da scorribande selvagge. Sono suggestioni fantasiose che si perdono nell’oscuro passato remoto, prive di riscontro documentale, ma dalle quali si dipartono le stratificazioni del tempo che si è fatto storia delle sue genti primitive e dell’intervento umano sulle modificazioni del territorio. Indubbiamente privilegiato, a giudicare dalla perseverante laboriosità degli abitanti, consapevoli della fertilità della terra; dalla saggezza fattasi norma in suffragio di quella socialità che dà il senso di appartenenza al territorio medesimo e che si manifesta nella pluralità delle tradizioni e del costume di una consolidata autoctona civiltà contadina.

Avessi avuto un qualche riferimento, un pretestuoso affiatamento per meglio valutare le scelte impegnative, anziché inseguire la mobilità del vento e finire nel labirinto della foresta esistenziale senza possedere un albero al quale impiccarsi. Avessi avuto, che so, terra da lavorare, un campo, un grande orto da coltivare, forse sarei colà rimasto a contare i miei giorni e come allora scandire il ritmico alternarsi delle stagioni, piene e ridondanti di ubertosa produttività, esuberanti nella loro specificità. La stagione della nebbia, avvolgendo la pianura di ovattato argenteo grigiore, trasformava il paesaggio in sfumate intimistiche prospettive, accentuando il fascino di un habitat raccolto e familiare.

Tiziano Dalla MartaE’ primavera. Nuvole bianche scorrono nel cielo terso; l’aria è limpida, leggera e luminosa; i carpini e le rubinie ondeggiano dentro i parchi padronali ornamentali e inaccessibili, retaggio di un prestigio non ancora tramontato, comunque significativi nel contesto urbano privo di pubbliche alberature.

Carezzevole nelle ore mattutine; dardeggiante sul meriggio risonante del canto assordante delle cicale; placido e condiscendente sul far della sera, l’ora forse più cara a chi ritorna per godersi il meritato riposo; a chi fuoriesce per rallegrarsi del magico momento della giornata che s’indora nell’ora del tramonto.

E’ tempo di mietitura da effettuare più in fretta possibile siccome i capricci del cielo non sono prevedibili. Lo consentiva la puntuale disponibilità bracciantile durante quelle settimane, che erano di passione per l’intensità dell’impegno lavorativo senza tregua alla luce del giorno. E quando, sull’onda di una nota insistente come un lontano pianto, risuonava il rombo cupo delle trebbiatrici, tra la gente si diffondeva  una sensazione rassicurante, di compiacimento.

Frattanto una tiepida luce colorava nei campi le fulve pannocchie del granturco, mentre nell’aria aleggiava l’aroma dolce del mosto e delle vinacce, profumo dell’autunno. Stagione lieta dal clima mite adeguato alla sistematica raccolta delle granaglie complementari; al recupero di quanto aveva prodotto la terra oramai predisposta a rivitalizzare l’originaria fertilità, subendo la penetrazione profonda dell’aratro, che rivolta le zolle e ne traccia i solchi.

Natale, il giorno più bello. Come dire che ogni festa grande si trascinava dietro folate di memorie: scampanottìo di campane a distesa, gente vestita di nuovo, tavole imbandite e giostre gioiose, il paese appunto. Con il suo profilo familiare e protettivo, i suoi rumori forti e il silenzio, il suo cielo e le nuvole vaganti, il geometrico paesaggio dei campi tracciati dai filari dei gelsi.

Sono le prime immagini della vita che la ragione non riuscirà a sfatare; semmai a decantarle dal groviglio degli eventi successivi e dalle occasioni perdute, specialmente nel constatare le scarse risultanze, asfittiche come i gambi filamentosi di quella che doveva essere la pianta del pane, ancora vagolanti alla sfiduciata ricerca di luce.

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