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TIZIANO
DALLA MARTA
![]() Incontri alpestri Dal fondovalle una manciata di
minuti bastano, per avviarsi sui sentieri delle meraviglie, si fa per
dire. Eppure ci s’incammina, riscoprendo che il profilo dei
soliti monti cambia con il variare della luce; che l’incerta
massicciata, inerpicandosi verso mete annunciate, si addentra a
sorpresa nella grande faggeta, dove l’argenteo riflesso dei
tronchi emerge dal rosso bruno del sottobosco ombreggiato dalle
chiome translucide di verdi delicati.Oltre la faggeta si aprono i pascoli. Durante la stagione estiva è facile intravedervi animali timorosi, che dovrebbero fuggire al primo sentore di sgradite sorprese. Invece, chissà… Adeguatamente equipaggiato, percorro il breve pianoro del Passo Sièra, dove si avverte il silenzio e l’immobilità di un paesaggio che sembra dipinto. Non da Segantini nel suo perenne perfezionismo, né dal maremmano Cesetti; qui l’atmosfera è reale, permeata di verde smeraldo e di grigio perlaceo in un cinerama di presenze suggestive. Compresa la mandria intenta a brucare sull’attiguo pascolo e dalla quale, chissà perché, fuoriesce, avviandosi verso di me, un massiccio esemplare di razza bruno alpina, piuttosto incuriosito a giudicare dall’atteggiamento pacifico. Ma!... nel momento in cui mi accorgo trattarsi di un toro e furbescamente allungo il passo, per allontanarmi senza provocarlo, quel bestione, subito infuriatosi forse attratto dal colore rosso dei miei calzettoni o del persacco, si slancia ad inseguirmi sbuffando. A dire il vero subito mi ero guardato intorno, per rassicurarmi che nelle vicinanze ci fosse almeno un cespuglio, uno spuntone di roccia dietro il quale ripararmi. Non avendo alternative, pur consapevole del prestigio istituzionale di cui ero investito, mi misi a correre che di più non potevo e sconsideratamente fino a raggiungere uno stretto e accidentato sentiero per mia fortuna inadeguato alla mole possente di quel mammifero impertinente, costretto a desistere per poi ritornare ai suoi pascoli finalmente ammansito. L’itinerario
mi è familiare e l’escursione tra le preferite per
la singolarità del paesaggio, dove in prossimità
del Passo dell’Arco, in vista del Digola, il bosco grande si
estende fino a coprire le pendici delle Terze stagliate contro il cielo
di Ponente. Uno spettacolo suggestivo anche sotto il profilo
patrimoniale.
Intanto nell’affrontare la salitella, là dove il sentiero si restringe in una breve cengia stagliata nella roccia, mi vedo bloccato il passaggio da un’àspide grigio–giallastra in posizione verticale e soffiante con rabbia inaspettata. Intimorito e sorpreso, non ho alcuna possibilità di scavalcarla; sorretto dall’esperienza, tramite la quale ho potuto accertare che la vipera è amica dell’uomo e lo teme, tento di ammansirla sifolando alla maniera dei fachiri, consapevole della sua legittima riluttanza. Quella era inviperita da una ferocia insolita: per passare ho dovuto abbatterla a colpi di grosse pietre maldestramente lanciate a causa del precario equilibrio e non senza qualche brivido per la rabbiosa resistenza, che quell’àspide opponeva a difesa della sua libertà. Ancora. La variante in quota, tracciata a mezza costa sulle pareti del versante sud delle Crete Nere, consente un distensivo saliscendi, che accarezza diversificate stratificazioni geologicamente eloquenti; un sentiero per amici di riguardo, tanto è interessante la lettura dell’orogenesi alpina, cui si sommano la bellezza del paesaggio e la rarità dei fiori protetti. Nel percorrerlo con la consueta dimestichezza, ad un certo punto, svoltando l’angolo di uno sperone roccioso delimitato a monte da una cascatella di cespugli, m’imbatto faccia a faccia con un capriolo adulto assolutamente immobile, evidentemente sorpreso dalla casualità dell’incontro. Mi domando se lo trattenga l’istintiva diffidenza, non certo il terrore a giudicare dalla innocente e mite fermezza. Batto ripetutamente le mani nel tentativo di distrarlo: egli se ne sta imperterrito, lo sguardo fisso nel mio con quegli occhi grandi dall’espressione dolce, senza accennare movimento alcuno. Gli parlo affettuosamente con la presunzione di poterlo anche toccare con mano carezzevole: egli si ritrae con un breve scatto di ritrosia, si rigira docilmente e saltellando scompare nella macchia dei pini mughi. Ho ragione di vantare fedeltà a queste montagne, delle quali vorrei essere l’unico abitatore, anche se i rapporti tra noi sono profondamente cambiati: da qualche tempo risalgo la mia valle e mi accontento di contemplare le sue vette, la maestà delle grandi muraglie. Tuttavia, appunto. Dalla sommità del colle Rementèra, baricentro dell’anfiteatro alpino configurato dalle pareti rocciose Carniche e Cadorine, lo spettacolo è imponente e suggestivo. Specialmente nella stagione invernale, quando il verde scuro della grande distesa boschiva si staglia sul bianco splendore della neve. Ero assorto a considerare la straordinaria dimensione delle piante resinose, che coprono le pendici intorno e sopra il Pian di Sire fino a lambire i crinali affacciati sul paesaggio delle Dolomiti Centrali: meta preferenziale per escursioni solitarie, distensive e gratificanti con le inaspettate sorprese proprie degli emarginati territori d’alta quota, popolati dalle varie specie della fauna stanziale. M’inoltro, dunque, nel bosco innevato: i tronchi emergono dritti e possenti come colonne di un tempio, la cui luce è soffusa di riflessi violetto-opalini; il silenzio: “un inno al Creatore”. Intento a contemplare la surreale bellezza del luogo, essendo ben piantato sugli sci evidentemente in posizione di sottovento, inaspettatamente, a distanza ravvicinata, vedo comparire tra gli alberi, coloratissimo gigante solitario, uno stupendo esemplare di cervo maschio. L’apparizione supera ogni mia immaginazione. In quella incantevole sintesi ambientale, sospesa tra l’immacolato sottobosco e il verde–azzurro della volta alberata, la presenza di un nobile cervus in libertà, imponente nel suo regale coronamento, conduce a considerazioni metafisiche; a rivedere il concetto stesso di bellezza, qui espressa nella sua primordiale integrità. Infatti. L’andar per
monti, senza pronunciamenti preconcetti e a cuor leggero per istintivo
bisogno di vaghezza, riserva gradevoli esperienze, talvolta gratificate
dalla singolarità della scoperta.In una giornata di forte vento, prevalente da Levante, salgo il pendìo che da nord conduce sulle creste della catena del Tudaio. Il percorso iniziale attraverso pascoli privi di sentiero è cosparso di cespugli e macchie prostrate di mirtilli e rododendri. Qui è frequente l’incontro con la pernice bianca, il cui volo di colomba è simbolo di pace e di innocenza. Qui è possibile l’impatto con l’urogallo maestoso in quel suo volare fragoroso nell’improvviso avvio maldestro, e con il gallo forcello opulento di piumaggio nero, lucente di riflessi metallici. Più salgo e più forte spira il vento che affronto e sfido come fosse un amico giocherellone. La temperatura è mite. Nuvole biancastre scorrono verso il Pelmo e l’Antelao, che chiudono la valle di Ponente, ma nell’aria c’è il sentore di una qualche stranezza. In prossimità del ciglione sommitale, oltre il quale dovrebbe iniziare la pietraia preludio alle rocce, il simpatico Eolo soffia con certe folate improvvise da costringermi a manovre disarticolate per non cadere. In questo stranito comportamento mi scopro sul crinale, che circonda l’ampio avvallamento addossato alle pareti rocciose, e dentro il quale, al mio comparire, si verifica un esplosivo frullare d’ali dei volatili colà raccolti al riparo dal vento, evidentemente dalla mia presenza allertati e spaventatissimi. Come l’espandersi accelerato di una nuvola azzardano oltrepassare il bordo protettivo, ma il vento li rigetta all’interno, dove si verifica il massimo della confusione in un turbinìo d’ali forse di pernici, fringuelli e cince more… invece è uno straordinario raduno di sole pernici. Bianche come la neve durante l’inverno, qui adornate di livrea estiva, le cui gradazioni di colore comprese nella gamma del bruno e del marrone a strisce grigie e giallastre e l’addome bianco, nella simultaneità del loro svolazzare turbolento danno l’illusione di una compresenza eterogenea e multicolore. Lo stupore accentua la deformazione amatoriale, perché vado subito a pensare ai pittori futuristi; alle alate declamazioni dell’areopittore Crali–ali-ali-ali; alla profetica ispirazione di Marinetti e Boccioni a proposito della fisico-follia, che sarebbe stata assimilata dalla nostra cultura come il concetto della frammentazione del reale: una nozione complessa come lo stato d’animo espressione delle sinergie, e via farneticando sulle loro interazioni dinamiche. Dal volo della pernice a quello dell’aquila, che dai picchi più elevati controlla il suo riservato spazio. Invece ha destato non poche apprensioni l’improvvisa comparsa dell’orso bruno per quanto annunciata dalle orme rilevate in loco. Il guardiaboschi appostato con la tranquillità del cacciatore incallito, in attesa del previsto passaggio del cervus, si è sentito pietrificare dallo spavento al comparire dell’onnivoro bestione il quale, a giudicare dal comportamento apparentemente feroce ma decisamente disinteressato, dopo un attimo di perplessità ha preferito rientrare nella boscaglia. L’evento prima o poi doveva verificarsi, considerando gli antefatti. La morte di un plantigrado di eccezionali dimensioni investito sulla strada del Tarvisiano venne attribuita a casualità, dovuta alla confinante Slovenia; l’avvistamento di qualche esemplare nell’alta val Degano e in valle Pesarina fu posto in relazione alle vicinanze del parco del Trentino. Nella realtà le modificate condizioni ambientali sono da attribuirsi all’esodo rurale e al conseguente abbandono del territorio, causa ed effetto della infestante diffusione della boscaglia, che ha facilitato l’insediamento stanziale della lince e dell’orso. L’orso bruno, appunto, il quale, notoriamente timido preferisce spostarsi di notte; tuttavia, tra queste montagne è possibile avvistarlo anche di giorno. Dovessi malauguratamente impattarlo fingerebbe di non vedermi, istintivamente consapevole della mia innocua curiosità. |