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AN-SKIJ Un ringraziamento particolare all’Avv. Andrea Maggioli per alcune note senza le quali questo articolo non sarebbe stato possibile, An-Skij. La cosa più divertente e sconfortante
al tempo stesso, quando si riportano in vita i grandi quadri
interpretativi – verrebbe da dire le grandi narrazioni – in grado di
“spiegare” il cinema italiano, è guardare agli Stati Uniti, dove se si
impegnano sono in grado di fare addirittura peggio che da noi.
Dall’empireo delle anime belle si leva cinguettante e radiosa Millicent
Marcus, che legge tutto il nostro cinema attraverso il neorealismo
riducendolo ad un’appendice pensosa, autoreferenziale e francamente
pallosissima della resistenza, per tacere dei deliri sui Nichetti e
Benigni postmoderni; si continua con l’ineffabile e borchiato Peter
Bondanella, che con il suo incedere felpato e confidenziale scende
dall’Harley Davidson e tra le altre perle relega Ferreri, ovvero uno
degli autori più importanti del nostro cinema, ad una sottoappendice
dello spaghetti western e della commedia all’italiana; si prosegue poi
con il sociologismo spicciolo tipo zuppa del casale di Marsha Landy e
le folgoranti intuizioni di Manuela Gieri, secondo cui il filone
principale del nostro cinema sarebbe l’umorismo pirandelliano,
esemplificato da Fellini e Scola, all’interno di inquietanti e
sfuggenti “strategie di sovversione” (la sovversione non manca mai, è
come l’apocalisse per Benjamin o “la disgregazione del tessuto sociale”
e “lo scardinamento della famiglia” per la chiesa e i politici
cattolici – dopo un po’ di sovversione si sta meglio, e soprattutto lo
si può mettere nelle domande di lavoro, come moderato e rassicurante
brivido borghese. Nel libro della Gieri come esempio di “sovversione”
c’è anche Giulio Base, che adesso dopo qualche film da annoverare fra i
più brutti mai realizzati nella storia del cinema mondiale fa i serial
RAI su santi, suore e sacrestie vaticane: un po’ come dare del
“sandinista” a Casini o del francescano a De Michelis).Gli unici ad emergere da questo sconsolato naufragio sono Mira Liehm, che almeno nel suo sforzo narrativizzante neo-realista dedica uno spazio spropositato al cinema delle origini e a Elvira Notari con i suoi immancabili bambini sdentati e le pezze al culo, ed il buon vecchio Frederic Jameson, che usando alla sua maniera, ovvero sontuosamente, il grimaldello marxista – e probabilmente senza aver visto lo straccio di un film italiano – periodizza possentemente la storia del nostro cinema in tre distinti momenti, ovvero realismo, modernismo e postmodernismo (senza citare un solo titolo, naturalmente). Recentemente poi ci si è superati, con vari “libri di testo” alla Bertellini i cui “highlight” sono Cinema Paradiso, Il Postino, e La vita è bella – come dire, i chiodi nella bara del cinema italiano li abbiamo piantati bene, ora dateci il tempo di sigillarla a fuoco. Se continua così, fra poco lo studio del cinema italiano sarà corredato da poster di Under the Tuscan Sun (neanche a farlo apposta, sulla copertina dell’edizione DVD americana de La meglio gioventù si dice a sproposito che tutte le vicende avvengono “under the Italian sun”, ringraziamo per la precisazione decisiva ai fini dell’apprendimento) e recensioni ruffiane di Vissani. Dopo anche solo una pagina di tutti i bizantinismi di cui sopra, viene una nostalgia fortissima non dico per Brunetta, ma financo per Grazzini e Goffredo Fofi. Dopo aver invece letto TUTTI i libri di cui sopra, lo studioso coscienzioso si inginocchia ad est, pone gli occhi verso Roma, e orante ringrazia che sia ancora in vita ed in discreta salute Enrico Ghezzi. ![]() Allora già che ci siamo potremmo entrare anche noi nel gioco, proponendo per i trent’anni del titolo una nostra chiave di lettura squisitamente politica, ovvero il ruolo che il cinema ha avuto nell’accodarsi o contestare la principale caratteristica – ed il principale problema – della nostra cultura politica, cioè l’assoluta mancanza di idee di provenienza liberale, in uno spettro lib-lab dove il primo termine praticamente non esiste ed è stato a suo tempo surrogato a livello di governo dalla destra DC e da partiti “liberali” alla Renato Altissimo mentre il secondo è tuttora “curato” da comunisti, post-comunisti, ex-comunisti e catto-comunisti. In altre parole, a confronto con le altre democrazie europee, quello che salta agli occhi è il costante ragionare, non ostanti i diversi schieramenti politici, per gruppi sociali, caste, classi e corporazioni, senza alcuna traccia di valorizzazione dei percorsi individuali, degli stili di vita individuali, di concetti come merito e competizione in economia e di self-determination ed empowerment nel campo dei diritti civili. L’unico baluardo del pensiero liberale italiano, ovvero il Partito Radicale nelle sue versioni italiana e transnazionale, erede di Salvemini, Einaudi ed Ernesto Rossi, è ostracizzato e trattato alla stregua di un lebbroso coi campanellini, proprio per la paura che un’attenzione ai diritti individuali, al merito e alla concorrenza sia troppo dirompente per il sistema politico italiano (e potrebbe anche “turbare” i cattolici, come si sente sempre dire quando c’è una cosa che non gli va bene). Si può giustamente obiettare che questo non è compito del cinema, tuttavia esaminare tale aspetto può far vedere sotto una luce nuova il “progressismo” specialmente di certo cinema politico e capire quanto avanti fosse veramente il cinema rispetto al paese reale. Oddio, le premesse non sono rosee, se pensiamo che al movimento “fondante” il nostro cinema moderno, ovvero il neorealismo, abbiamo in Roma città aperta, messi per un attimo da parte i meriti storici, tutto questo carrozzone populista sull’allargamento corale: da una parte i resistenti cristiano-comunisti e dall’altra i viziosi, dediti alle droghe, al sesso e al jazz (sembra di sentire Bucharin). Poi dopo tutto l’ambaradan neorealista, ci tocca pure sentire il Prof. Ben Lawton, già cazzutissimo traduttore dell’Empirismo eretico pasoliniano, che protesta perché loro hanno Hollywood invece noi, per fortuna, facciamo ancora i film “nello spirito del neorealismo”, citando fra gli altri i “nuovi capolavori” di Giuseppe Ferrara. Rossellini, che se avesse avuto i soldi avrebbe fatto solo film hollywoodiani e invece si è dovuto ridurre al neorealismo, avrebbe poi ritratto, in uno dei suoi innumerevoli pugnettoni televisivi, Socrate ed altri filosofi greci senza mai menzionare uno degli aspetti fondamentali di quella cultura, ovvero l’omosessualità. Ma questo moralismo è un aspetto che attraversa tutto il nostro cinema, ed è un tratto comune ad un altro nostro “grande” regista, ovvero Nanni Moretti. NANNI MORETTI: I PARTITI ENTRANO (GRATIS) AL CINEMA
Prima di arrivare
al Caimano, spendiamo alcune parole sul film-simbolo del cinema
italiano del periodo preso in esame, ovvero Aprile, una sorta di
teatrino della politica a 35 mm. messo insieme capolavorando a tavolino
dove Moretti, spendendosi in prima persona, con tanto buon cuore, si
presenta come “colui che indica la via”. Aprile è centrale in quanto
certifica, spacciandola per grande cinema, la tentacolare onnipresenza
dei partiti e degli ipocriti cerimoniali simil-quirinalizi, specie di
infezione che pervade tutte le attività dalle quali sia possibile
ricevere clientele, fondi, ritorni elettorali. Così in Italia il mondo
della cultura e quello dell’informazione hanno (più o meno
consenzienti) mutuato i peggiori sotterfugi della politica, sino a
sedimentare col suo ausilio un sistema che presenta i propri difetti e
mancanze quali inossidabili punti di forza: giornalisti, scrittori e
registi mediocri – quindi la stragrande maggioranza - tentano di
appropriarsi di un misero bacino di consenso, circolo vizioso fatto di
apparizioni taumaturgiche sulle televisioni pubbliche e private, di
stucchevoli sistemazioni di ogni manifestazione umana a “destra” oppure
a “sinistra”, di interviste con le ginocchiere in cui si rilasciano
patenti di genialità, di dichiarazioni in cui emerge un solo dato
esclusivo: abbiamo talento, siamo da sempre all’avanguardia, non
sbagliamo mai e siamo in prima fila per essere riscoperti e rivalutati
tra qualche anno se proprio non potete sopportarci adesso (altrimenti
perché saremmo qui?).Questa cappa, che grazie alla legittimazione del suddetto sistema permette all’uomo di simil-cultura di godere di cospicue rendite di posizione pur senza averne alcun merito, è un rituale di chiara derivazione consociativa ed investe il 99% delle “opere d’ingegno” anche nel cinema: come i partiti presentano se stessi quale avanguardia morale del paese, così registi e scrittori si sentono eternamente sul pulpito ad ammaestrare il loro (scarso) pubblico; come in politica il perenne cerchiobottismo diviene arte, così film e libri per quanto furbescamente mascherati sono solo dei malinconici instant-books e instant-movies concepiti per ammiccare a sparute “sacche” sociali ed incapaci di rischiare nell’anticipare i cambiamenti culturali e linguistici del nostro paese, oltre ad essere naturalmente dei fallimenti sul piano stilistico e delle ambizioni. Come scrisse circa un anno fa Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere, evidenziando il declino dell’Italia e specialmente dei suoi giovani, siamo un paese che da una vita non produce né un romanzo né un film di prima grandezza, degni di fare scuola anche all’estero. Anche i film stranieri vengono esaminati per alimentare piccole polemichette di paese: resta leggendario il ricordo del trattamento di Trainspotting, strumentalizzato e asservito all’ipocrita logica di schieramento “droga sì/droga no”, con prevedibile commento dell’On. Gasparri e poi di qualche (ex) antiproibizionista di sinistra. Tutta questa imbarazzante eredità viene recepita in pieno dal Nanni Moretti odierno che, come disse a suo tempo Lorenzo Pellizzari, altro non è che un litigioso egocentrico che non riuscirebbe a star calmo neanche durante una riunione di condominio Se il pubblico lo aveva riabbracciato all’uscita di Caro diario lieto della sua guarigione ed apprezzandone il felice stacco dissacratore che riusciva a ingentilirne l’esasperato moralismo, in seguito quel credito venne rapidamente esaurito: anche se il pubblico non potè che gioire della ritrovata salute di Moretti, non per questo le idee e le opinioni edificanti di un uomo di cinema o comunque di cultura divengono profittevoli parabole di vita per giunta dotate di intrinseca ricchezza artistica. Pareva di rivedere il secondo Wim Wenders, che con voce flautata e sguardo rivolto ai massimi sistemi ci assicurava che Bono e Edge degli U2 erano “due poeti”, con quella fastidiosa saccenza da guru dell’ultima e della penultima ora per la quale se anche gli U2 sono dei veri artisti non conta niente fino a che non li scopra qualcuno che abbia veramente le idee giuste, ovvero io, Wim Wenders. Riassumiamo Aprile perché ne vale la pena: il primo governo Berlusconi cade (tutto il pubblico progressista, all’interno del cinema, plaude), quindi al nostro non resta che aspettare la felice conclusione della gravidanza della ora ex-compagna Silvia, mentre la sinistra prepara una riscossa magnifica e progressiva. Tra dialoghi ospedalieri del tenore di quelli di Nove mesi e innocue frecciatine a T’Alema o tal’altro Nanni cresce il proprio bimbo decidendo di gettare via il passato e trovando pure la forza, dopo una puntatina sul Po a filmare la Lega senza capirne in buona sostanza nulla, di completare il vecchio progetto musicale sul pasticciere trockista (interpretato da un Silvio Orlando che fa quello che gli è sempre venuto meglio, cioè Silvio Orlando), esorcismo della sua latente incapacità di creare personaggi, di penetrare i gruppi sociali e rassicurazione interna che in realtà il suo è cinema di serie A: è primavera, c’è lavoro, c’è denaro, c’è l’Ulivo, per strada si sorride, nascono i bambini, meglio di così non si potrebbe. La bella iniezione di dinamismo che aveva reso Caro diario un film che proiettava le idiosincrasie del nostro paese in fatto di costume e di lingua su un piano universale (come il capolavoro Bianca), si tramuta in Aprile in una stanchezza letale, buona solo a inanellare una serie di macchiette locali, quasi che per il regista la convinzione di votare la gente giusta e di avere le idee giuste (che in politica si associano alle manovre giuste per entrare nei consigli di amministrazione giusti e nelle presidenze di carrozzoni pubblici giuste) bastasse a surrogare quella fotografia sbiadita da mini-minimalismo di serie C, quell’imbarazzante girare a vuoto su se stessi, quelle situazioni ridicole che fanno di Aprile il risultato del peggior conformismo italiano, dei suoi luoghi comuni fattisi originale ispirazione, della sua disinvoltura morale. Sconvolgenti, a tale proposito, le scene in cui Moretti stronca Oliver Stone, Heat e Strange Days: sarà che entrambe le volte la macchina da presa è posizionata in cucina ma questo populismo moralista di grana grossa nei confronti degli americani con barattoli di sughi e conserve sullo sfondo fa venire in mente quella retorica patriottarda dei prodotti genuini non toccati dalla civiltà, dei buoni sentimenti conditi con l’olio di quello buono, della saggezza popolare che se ne frega delle lauree ad Harvard. Pare di sentire Irene Bignardi: loro hanno gli attori, i mezzi, le sceneggiature, i soggetti, i fotografi, l’industria, ma io ho i valori - (un’altra, sentita da una eminente critica: Come tutto il cinema europeo rispetto a quello americano, Il quinto elemento è meglio di Man in Black perché almeno nel primo ci sono i sentimenti. Quali? – chiede l’intervistatore. Risposta: C’è una bella storia d’amore). Perché dunque scomodarsi per vedere un film italiano? C’è almeno altrettanto cinema nelle ultime rassicuranti dichiarazioni di Prodi, nelle prediche di Casini dagli yacht di Caltagirone, nelle interviste con le ginocchiere di Bruno Vespa e Anna La Rosa a Veltroni (“È vero che il pubblico si è allontanato dalle sale perché ultimamente i film italiani copiano troppo quelli americani (!)?”). Il cinema diviene così un’occupazione da travet statali: anche se non si fa niente e non si sa fare niente, a forza di promozioni di anzianità e non per merito e indennità artistiche una comparsata su qualche tg dove un giornalista in ginocchio loderà “il povero cinema italiano, dove fortunatamente i film si fanno non con i soldi ma con le idee” non te la cava nessuno. E ritorna in mente l’apertura di Mollica all'inizio di qualunque recensione cinematografica, quando curava la rubrichetta do-re-ciack-gulp in coda al telegiornale delle 13: “Diciamo subito che è un film bellissimo”. Su questo sfondo resta il nostro caro, disastroso Aprile: le battute intrise di franca, pietosa indignazione sui partiti d’opposizione a rincorrere il consenso del popolo qualunquista, i momenti del film girati a Botteghe Oscure, le pantomime sull’“Emilia Romagna come modello”, i mini-dialoghi, le mini-emozioni, i mini-sentimenti. Viene alla mente Fausto Bertinotti che a suo tempo lodava The Full Monty (“Siamo in un’epoca di scontri” – spiegava all’intervistatore in ginocchio) e scriveva l’introduzione alla sceneggiatura di Cronache del terzo millennio di Citto e i suoi Maselli. Ma prima di riagganciare questo disastro totale al Caimano, e in special modo alle geniali parole di Moretti (il pistolotto sul “Berlusconi ha già vinto”, ovvero ha già modificato in modo irreparabile la nostra cultura in negativo e fregnacce varie), bisogna fare un passo indietro e cambiare continente, ma vi chiedo pazientemente di seguirmi perché ne vale la pena. ![]() Nel 1996, il compianto Prof. Dombroski scriveva in Italian Cultural Studies: An Introduction che riusciva strano capire come Gramsci non fosse molto popolare nell’ambiente accademico italiano e in generale nel nostro paese, e formulava alcune ipotesi nel tentativo di spiegare tale mancanza. Abbiamo tutti ben presente l’ubriacatura gramsciana in voga negli Stati Uniti, ove Gramsci è stato fatto nume tutelare dei cultural studies, dei post-colonial studies e financo del nuovo mantra dei subaltern studies, ovviamente senza sapere nulla della situazione italiana in cui Gramsci scriveva. A tal proposito, potrei raccontarvi alcuni gustosi episodi in merito, ovvero gruppi di lettura che si riuniscono l’ultimo dell’anno e anzichè darsi a baldorie e sbicchierate commentano gravemente I quaderni del carcere; brillanti professori universitari che, folgorati sulla via di Cagliari, si dimettono e vanno ad insegnare in lontane scuole elementari nella provincia americana per abbeverare i piccoli al verbo del nostro (siamo impazienti di vederne i risultati). Ci sentiamo in grado di rassicurare chi volesse proseguire le ricerche del Prof. Dombroski: Gramsci in Italia non è idolatrato in ambiente accademico non solo per il prevalere della cultura idealistica e/o del marxismo puro, ma anche perché in Italia di Gramsci non ne possiamo più da un pezzo. Ogni italiano mediamente istruito infatti sa perfettamente che basta infatti arrivare alla scuola superiore o aprire un qualsiasi quotidiano che ospiti opinionisti di sinistra per sentire per la milionesima volta concetti come “blocco storico”, “guerra di posizione”, “egemonia culturale” etc., il tutto più volte al giorno tutti i giorni. È per questo che da noi Gramsci non è nei cultural studies e affini: è perché ha rotto e non se ne può più, frutto dell’enorme lavoro portato avanti da Togliatti e dal PCI-PDS-DS-Ulivo o come si chiama ora che ha legittimamente e strategicamente pianificato l’occupazione dei centri di produzione della cultura nel dopoguerra in cambio dell’IRI. E quindi tornando al nostro gioco intepretativo di inizio articolo, vi sembra che Gramsci sia più attento a classi e blocchi sociali o ai diritti individuali? Ecco perché le anime belle non dovrebbero stupirsi della vittoria di Berlusconi: anche se Berlusconi è un personaggio risibile, ha condotto i peggiori governi della storia repubblicana ed ha usato mezzi illeciti per la crescita del suo gruppo, è stato il politico capace di intercettare l’enorme insofferenza per questo modo autoritario e insopportabile di presentare e produrre la cultura di sinistra, spacciata come la sola possibile cultura, di cui anche Moretti è parte. Moretti quindi dovrebbe capire che se Berlusconi ha vinto, la colpa è anche sua, anzi ne ha più di altri favorito l’ascesa e le successive rielezioni. Se la sinistra si fosse riformata e avesse accolto alcuni concetti chiave fra quelli nominati qui sopra, Berlusconi non avrebbe avuto gioco facile nello sfondare là dove tale (sotto)cultura continuava a menarla con i lavoratori, le classi, il fare i soldi che è male, le salamelle della festa dell’Unità e ammenicoli vari. Così come dopo Aprile a uno viene voglia di vedersi consecutivamente tutti gli Alien più Alien vs. Predator, i tre Blade, i sei Guerre stellari etc., è chiaro che se la scelta è tra la gioiosa macchina da guerra o Prodi da una parte e Berlusconi dall’altra, quest’ultimo avrà sempre grandi probabilità di vincere.
TORNATORE-CRIALESE-BENIGNI: UN TRIO LESCANO CHE CONTESTA IN FERRARI Oppure una sacra trimurti, visto che
in televisione sono praticamente i Ruini del cinema italiano, ovvero li
si esalta senza contraddittorio con afflato messianico. Se esistesse
l’inferno, lorsignori andrebbero sicuramente nel girone dei ruffiani.
Almeno hanno un merito, ovvero non avere usato veltronianamente A
Whiter Shade of Pale dei Procol Harum, che grazie alle royalties
provenienti dal cinema italiano sull’arcadia anni ’70 – Radiofreccia,
Radio Alice: Lavorare con lentezza, I cento passi – hanno potuto
passare una vecchiaia tranquilla (specialmente nel caso di Ligabue e
Guido Chiesa è veramente l’unica ragione d’essere dei film che
riusciamo a trovare). Questo mostro a tre teste non può essere
vivisezionato perché gira pensando ai miliardi della distribuzione
americana – il che va benissimo, però poi ritorna in Italia a
sdottoreggiare sulla “preoccupante” crisi di valori, la solidarietà
etc. Di Tornatore non si può che dire tutto il bene possibile, ormai
fra bambini, storpi, “bellezze italiane”, cinemini e “sapori del Sud”
ha regalato quel pastiche ingovernabile che sacralizza il luogo comune
rendendolo mito: se fosse ancora vivo Roland Barthes potrebbe
facilmente buttare giù un 500 pagine su Tornatore in mezza giornata. Su
Benigni, beh, non so se avete visto La tigre e la neve, ma altri
commenti sono superflui, lo rovinano. C’è però in esso un aspetto
positivo: non appena Nicoletta Braschi va in coma, il pubblico
giustamente tifa affinché tiri le cuoia il prima possibile. Questo
purtroppo non avviene, però almeno se ne sta buona e zitta per metà
film e quindi lo rende molto più sopportabile di La vita è bella.
Ritornando a gamba tesa su Crialese, Il nuovo mondo merita senz’altro
una bella descrizione: è un plagio da Tornatore, Montaldo, Leone,
Rossellini e Amelio, e di che livello ve lo lasciamo solo immaginare.
In mezzo a tutto questo bordellone c’è anche Charlotte Gainsbourg che
però nel film parla inglese e non si capisce cosa si imbarchi a fare
con dei pezzenti italiani. Ecco, penso che questo sia sufficiente.
CONCLUSIONI Il
problema di chi parla di cinema
italiano è che si è sempre alla ricerca della qualità, mentre sarebbe
sufficiente avere un’industria cinematografica, e invece giù con le
storie “ben scritte”, i prodotti “di contenuto” etc. Praticamente tutti
i commentatori sono d’accordo, e con ragione, nell’addossare ad
Andreotti almeno una quota di responsabilità nella fine del
Neorealismo. Poi si spingono anche più in là, parlando di “fine delle
illusioni” dopo la sconfitta del fronte popolare, e allora i toni
diventano funesti, e ricordano la cooptazione delle vecchie classi
dirigenti, l’emarginazione della sinistra, il sospetto del regime verso
i sindacati etc. Mai che una volta si ricordi che, pur con tutti i suoi
difetti, l’Italia era tornata ad essere una democrazia: sembra un
dettaglio insignificante, dopo la guerra ci si aspettava “ben altro”.
Ricorda un po’ quelle posizioni di brillanti intellettuali
“progressisti”, alla Chomsky, non per nulla citato da Chavez insieme a
Gramsci e Toni Negri (che tiene sempre con sé sotto braccio le
scopiazzature da Deleuze altrimenti non ha un cazzo da dire, ora si
attende l’elevazione di Scalzone a ideologo della riscossa), che
condannano gli Stati Uniti e magari esaltano regimi totalitari o
repressivi, come Cuba, la Cina o alcuni regimi medio-orientali. Beh, se
uno telefona al MIT risulta che il Dr. Chomsky riceve ancora un
cospicuo stipendio, generosamente erogato dai suoi “nemici”, e che non
è ancora partito per il Pakistan o la Nord Corea (probabilmente perché
i loro voli di linea non hanno champagne e fois gras in prima classe).Per quanto riguarda Pasolini, lui che aveva speso parole di fuoco contro il populismo di Elsa Morante e voleva stupire con gli effetti speciali di Salò e di Petrolio, è stato relegato nei “classici del proibito”, tra l’altro dall’Unità, quindi con perfetto contrappasso. Sul suo modo iperaristocratico di trattare proletariato, ladri e borgatari, dotati di sorpannaturale purezza in quanto non inseriti nei cicli di produzione – che culo! – c’è una bibliografia sterminata a cui rimandiamo. Su Bertolucci invece, perché se lo merita ampiamente, specialmente dopo gli ultimi “capolavori” Io ballo sui coppi e The Dreamers, diamo un’indicazione precisa, ovvero il leggendario Itinerari della violenza: il film negli anni della restaurazione, 1970-1980 di Roberto Alemanno. Ora, vedere attaccare da sinistra i registi di sinistra è uno di quei pochi piaceri che il cinema italiano ancora riserva. Alemanno, marxista ortodosso, giudica i film italiani secondo criteri derivati direttamente dai ritmi di produzione: o il film è eversivo e/o mostra l’alienazione degli operai, o non è veramente di sinistra e quindi non vale. Moretti viene stroncato come autore di “operine” interne al dibattito del PCI, il Bertolucci di 900 viene invece massacrato per i compromessi di classe: pur di decimarlo, Alemanno afferma che Guerre stellari è più rivoluzionario, perché almeno dà grande spazio ai ribelli contro l’impero (fra poco verremo a sapere che Lucas per farlo si è ispirato al neorealismo). Ecco, direi che almeno quando volano i vaffanculo tra registi e critici per capire chi è veramente di sinistra il cinema italiano è ancora vitale, e senz’altro vorremmo più rinascite di questo tipo. |