(GlobaLocale) rivista culturale plurilinguistica internazionale online da Tolmezzo-Carnia-Friuli-Italy

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I segni della cupezza dei tempi, che subiamo, non sono dati dalla volgarità dei frastuoni e delle apparenze, ma dai silenzi, dalle assenze, dalle reticenze, dall’imputtanamento generale dei cosiddetti uomini di cultura, dediti a spartizioni, al ruffianismo servile, a seguire le mode per denaro, dimentichi di una tradizione di impegno etico, civile e morale, per migliorare la società e la convivenza civile, che da Dante attraverso Leopardi arriva fino alla fine del Novecento. E’ il caso di Paolo Volponi, scomparso nel 1994, sul quale è stato steso un pesante sudario di silenzio e di dimenticanza, con un sospiro di sollievo da parte del cosiddetto mondo culturale  La realtà è quella che emerge da un mio sonetto:

Un tipo d'italiano assai diffuso
e regressivo non ama Montale
e soffre come lama d'un pugnale
la sua dura coscienza; un intruso
che vuole infrangere l'ipocrito uso
di negare l'esistenza nel male
con la testa nella sacca fetale
e larvale del non pensare ottuso.
Ma non ama neppure Pasolini
né tanmeno le mosche di Volponi
e nessuno che osi farlo pensare
sul nostro inessere da cittadini;
ne rifiuta le riflessioni amare,
li considera dei rompicoglioni.

Ricordare l’amico Paolo vuole essere uno stimolo a riflettere sulla deriva della cultura italiana.

HOMOLAICUS


RICORDO DI UN AMICO

Ho pianto la perdita di Paolo Volponi, amico fraterno, ma non lo rimpiango, perché il suo sguardo profondo e mite; il suo sorriso dolcemente sardonico e amaro, la sua inquieta timidezza e ritrosia o i suoi scatti d’indi­gnazione morale, più che umo­rali; la sua curata e densa affa­bulazione e indifesa introversio­ne; la sua indulgenza regressiva e la sua furia, per questi suoi cedimenti, contro se stesso fino a farsi del male, torturarsi e tor­mentarsi; la sua sensibile preoc­cupazione e apprensione per le sorti della democrazia e per la caduta del l’utopia; la sua calda, spontanea ed ingenua amicizia vivono dentro di me, mi sorreg­gono, mi guidano,non mi fanno mai sentire solo.
"Hai portato la farina?" mi chiedeva, sorridendo compiaciu­to per il mio arrivo, perché smarrito sperduto e spaesato nella sua stessa città aveva biso­gno di sostegno e conforto.
"Anche il formaggio di Luincis e il Refosco dal pedun­colo rosso!" rispondevo. E dopo averla mangiata, violando anche i rigorosi divieti dei medici, cominciava una sua appassiona­ta difesa della polenta marchi­giana, con competenza, ma soprattutto con amore carnale per la storia che la polenta rievo­cava e mi conduceva dentro nella cultura e nella civiltà mar­chigiana, per concludere, comunque, che anche la polenta friulana, e quindi la sua civiltà, era buona.
Amava il Friuli, e forse anche me come friulano, perché amava Pasolini: "Vai a trovarlo ogni tanto al cimitero di Casarsa?" mi chiedeva, e voleva sapere com’era la tomba e se aveva fiori e se il Friuli amava il suo poeta.
Quattordici anni intensi è durata la nostra amicizia; un’amicizia per sottrazione, alla quale devo anche ciò che non gli devo. Mi ha fatto scoprire e sostenuto un aspetto fondamen­tale di me: il coraggio della paura, di ricercare sempre la verità anche se dolorosa, anche se tocca il nervo scoperto della sofferenza. Per sottrazione, appunto, senza grandi discorsi, ma per silenzi, accenni, mezze frasi, stimoli e rimproveri, ora irruento e mortificante, ora fragi­le e indifeso da una sua eccessi­va e quasi morbosa sensibilità. Il coraggio della paura era dentro di me empiricamente, e stato lui a farlo emergere alla mia coscienza.
Il nostro primo incontro avvenne nell’agosto 1980; fre­quentavo Urbino ormai da quat­tro anni, ma non avevo mai avuto il coraggio, per una qual mia timidezza e riservatezza, di avvicinarmi a lui, che mi pareva riempire la piazza e i porticati della città, bello come Guido Corsalini de La strada per Roma, ma con quell’ironia - le sue uscite baritonali - e quella saggezza acuta che solo possie­de l’uomo maturo, che ha inten­samente vissuto. Avevo inviato ad Alfabeta un mio saggio sul libro di Calvino Se una notte d’inverno un viaggiatore, che a lui era piaciuto e avrebbe voluto conoscerne l’autore. Tramite un comune conoscente, cui aveva espresso tale desiderio, infine c’incontrammo. Mi scrutò a lungo, poi cominciò a parlare del mio scritto; io lo difesi - sic­come ero critico verso l’ideolo­gia calviniana - con la mia con­sueta passionale franchezza, forse da impegno culturale d’altri tempi. Mi prese sotto­braccio, mi portò nella libreria di fronte al Duomo, acquistò una copia del suo Poesie e poe­metti e me la regalò con una dedica, che mi lasciò imbarazza­to, stupito: "A ED., le sofferen­ze e le speranze della mia gio­ventù, contento che ancora ci sia in giro uno come lui, corag­gioso! bravo e forte, che ridà speranza in un lungo tratto comune’. In realtà io mi sentiva maldestro e imbranato, manche­vole nella volontà come mi sarei ritratto qualche anno dopo nel mio Neuterio della lontra dove fissavo un’immagine di Vol­poni, che ancora oggi mi è cara: "La luce ascendente del sole, disperdendosi qua e là sui mat­toni delle mura, chiaroscurava la sua figura. Neuterio fissò lo sguardo sul suo volto olivaceo che, leggermente di profilo, sfu­mava sul fondale rossobruno del Palazzo Ducale. In una mezzalu­na, accennata dal mento puntuto fin oltre la nuca, si distendeva la fronte soffusa di radi capelli canuti; distesi zigomi ovali, divisi appena dal crinale del naso, erano lumeggiati da tondi occhi verdi incavati, per colpire più a fondo".
In seguito abbiamo continuato a vederci e a frequentarci a Milano e a Urbino, "con molte comuni speranze". Io lo aiutavo e lo sostenevo come e quando potevo, data anche la lontanan­za, e lui mi era riconoscente, anche se io pensavo di non fare proprio niente o ben poco, per lui per meritarmi il suo affetto e la sua stima. É lui, comunque, che ha frenato la mia irruenza, rendendomi più problematico e riflessivo, e che ha dato spessore di vita e di storia alla mia cultu­ra acuminata ed affilata, che era poi una fuga dalla sofferenza. Voleva come proteggermi, non stornandomi o dissuadendomi dallo scrivere - Paolo si definiva "scrittore di complemento", mentre io sono uno "scrittore di leva renitente", perché, quando scrivo, tendo a farmi del male, a sbrindellarmi anima e carni -, ma indirizzandomi verso la sag­gistica, dove mi era garantito un maggiore distacco da me stesso e, quindi, un minor dolore. Gli morì improvvisamente e tragica­mente il figlio Roberto. Nella mia poesia Il dolore del padre ho cercato di fissare la distru­zione interiore, che gli procurò questo lutto, tentando, nei miei limiti, di essere come lui mi considerava, un "amico fraterno che mi aiuta molto con tutta la sua persona, con la sua testa innocente e generosa e con il suo carico di idee, di propositi e di speranze per la vita degli uomini e della letteratura". L’ho rivisto per l’ultima volta alla fine di maggio del ‘94, sempre più consumato dalla malattia ­poi ci siamo sentiti spesso per telefono, fino a qualche giorno prima della sua morte -; mi sor­rise, salutandomi, e mi disse: "Vieni, che stavolta ti abbraccio, perché non so se ci rivedremo più". Io gli risposi di non scher­zare. Aveva ragione lui, come sempre più consapevole e corag­gioso di me.
Sono andato a trovarlo nel cimitero di San Cipriano, sepol­to accanto al figlio Roberto, cui avevo dedicato una poesia dopo la sua morte; questo cimitero lo sentivo e lo sento così:

S’ apre per me questa pace lontana
di San Cipriano e il silenzio alato
della collina al tramonto, compagna
appartata nella mestizia
umbratile delle sorelle.
Dei colli per te, mio
sodale, raccolgo il trepido
compianto e il modulato
loro elevarsi con moto a spirale,
brivido d’infinito...



Mi ha voluto troppo bene e questo ogni tanto m’intriga, per­ché mi carica di una responsabi­lità etica e di un impegno di coe­renza intellettuale e civile, che le mie capacità intellettuali e le mie forze interiori non sono sempre in grado di sostenere.
Aveva abbandonato Milano per stare con la sua gente a Urbino, anche se talora subiva le mura della città come un’op­pressione, un’esclusione dalla storia, ma la forza del ritmo interiore di essa lo tratteneva. E la gente semplice - non gli invi­diosi e i mediocri -, quella che come lui conservava vivi i valori della civiltà contadina, gli vole­va bene, perché lo sentiva suo. E lui stava ‘naturalmente’ in mezzo a loro, giocando a carte nella vecchia osteria simile ad un antro, come la nieviana cuci­na del castello di Fratta. Amava i suoi colli, quella luce e quei colori, l’aria di quei luoghi con tutte le sue fibre. Aveva nel sangue e nel corpo la sua natura e con le parole la creava e ricreava continuamente, ‘con parole che profuma­no di fiori ed erbe’ e paesaggi che ti par di vederli e di viverci dentro. Amava ed aveva nostalgia di quell’umile Italia popolare dei borghi, della labo­riosità artigianale, del tempo ciclico, diversamente da Pasolini non regressivamente, ma storicamente, nel senso che sognava una armonica fusione tra civiltà contadina e civiltà industriale, tra natura e artificio, tra naturale e razionale: una utopia? Ma ad essa Volponi ha dedicato una vita di sofferenza e di amarezza per le numerose ostili incomprensio­ni. Per il suo spirito autodistruttivo e per la sua grande bontà e disponibilità verso tutto ciò che fosse rivolto al bene comune e fosse testimonianza di impegno civile, ci ha messo anche del suo ad autopunirsi, lasciandosi imprigionare nel binomio ‘industria e letteratura’ o etichettare ideologica­mente, sempre perché convinto di servire la giusta causa della democrazia e battendosi perché l’indu­stria coniugasse profitto e utilità sociale.
L’ultima raccolta di poesie Nel silenzio campale costituisce il suo testamento spirituale. Nel silenzio "mortale del mondo e delle sue vanità" l’anziano poeta è come il "pastore errante dell’Asia", solo nell’universo in "un vivere disperato e cieco". Con una misura tonale di ascendenza ora­ziana la soggettività si insegue nelle disseminazioni della storia, per consegnare l’immagine di sé autentica, per essere ben capito attraverso la sua opera, che spe­rava non "aere perennius", ma forse proprio così. Ormai il poeta, che non ha mai cercato riparo per salvarsi, sente di appartenere al "mondo" più che alla storia; pur nella consapevo­lezza della "universale inutilità" vuol consegnare ad esso il suo sé più autentico. "Ciò che di me sopravvive/ alla mia paura/ appartiene interamente agli altri.../ Se qualcosa di me ancora vale/ debbono tale cosa prender­la gli altri/ impiegarla e trarne profitto/ presente e reale", anche se - il lascito non è incondizio­nato - gli altri "scelgono sempre una proprio non mia/ qualità, virtù, capacità". Spinto a rivelarsi al suo tempo, "vecchio, malandato, brontolone/ utopista e cialtrone/ che si scansa e si oppone a ogni pratica corrente", senza indulgenze e senza cedi­menti, eccolo ribadire, con coscienza sempre virile e ferma la sua scelta di opposizione richiamandosi a Le ceneri di Gramsci e riprendendo un verso di Pasolini che aveva fatto suo: "Sono comunista per spirito di conservazione".
Ma conservazione di che? Non certo politica, non certo economica, non certo letteraria. Si pensi ai suoi romanzi che scandiscono e si confrontano con i momenti, i problemi e i temi nodali della storia della nostra repubblica (in Memoriale, ad esempio, la tisi di Albino Saluggia si manifesta il 18 aprile 1948): era uno "scrittore nella storia" per trasformarla, talora addirittura profetico, per la sua profondità di analisi; penso soprattutto a questo passo de ll sipario ducale del 1975 (la vicenda dell’anarchico Subis­soni si svolge ai tempi della strage di Piazza Fontana a Milano): "Come si reggerà la grande unità? Se ha spappolato e smidollato il sud con cento anni di razzia di schiavi, peggio che non abbiano fatto in mille anni i saracini? Se ha divorato tutte le gabelle, i dazi, i sali e i tabacchi, e si è castrata con l’autarchia? Fra poco si parlerà di progresso masticando miseria. Ogni uffi­ciale postale, o ogni magistrato entrerà pallido nella pretura con il gusto di torturare un circonda­rio in nome dell’unità e della miseria. Cosa è questa repubbli­ca se non lo scatolone abbando­nato dal re? che poi era già una scatola vecchia anche la sua. Erano tutti esaltati dall’idea di arrivare a Roma: anche Mazzini marciò su Roma e per questo non capì niente dell’Italia. Chi ci crede oggi in questo paese? Ci credono il prepotente, la vanità, l’invidia, la speculazione e la paura. Quando mai, non dico tutta l’Italia e nemmeno una regione, nemmeno una città o un paese, ma un uomo, uno solo, è riuscito a vincere contro questi principi che tengono su come spillone le mutande dello stivale?"
Conservatore di che, dunque? Di una certa cultura, umanità, idealità contro il degrado con­temporaneo delle sottoculture, della disumanizzazione, del kitch compromissorio. E il sacrario di questi valori era per lui la natura, vissuta col corpo e con la mente. E i suoi romanzi e le sue poesie sono piene di natu­ra, non solo paesaggi,ma corpi, sentimenti, passioni, emozioni, bisogni, tensioni, progetti, con­trapposti al vuoto della società e delle città subordinate totalmen­te ad un capitalismo rapace, ben lontano dal capitalismo illumi­nato di comunità di Adriano Olivetti, dal quale era stato stre­gato nei suoi anni ad Ivrea. Comunque, nelle opere di Volponi non troviamo folclori­smi, né arcadie contadine, né riesumazioni museali, né una acritica esaltazione del mondo contadino così come spesso era, tecnicamente arretrato chiuso integralista; per lui civiltà conta­dina erano soprattutto tempi di vita, comunione tra microcosmo e macrocosmo, senso della comunità, consapevolezza della propria creaturalità: era un animo francescano che, per difendere e preservare questa sua intimità, si costruiva una corazza, anche ideologica.

IL DOLORE DEL PADRE

D’una collina marchigiana
lungo sulla distesa dorsale d’asina
paziente ansima un tratto di luna
abbiosciata sulla scheletrica quercia
nera dal fondale della sua luce
rancia, che balugina il sipario
del nulla incolore d’un cielo
deserto dalle stelle, tremolanti
laggiù sulle colline intorno
dall’effimero contorno che stento
affiora dal tremore delle cose
disperso nell’oscura piana a valle.
Un raro esangue bagliore
dalla luna in bilico sul dorso
della collina, sospese le cose
sul limitare dell’abrasione, rivela
perplessi moti convulsi e coltivi
disadorni nella schifa acromia
del nero che fuggono le colline
verso l’irsuto Appennino.
E rapisce lontano remoto
lo sguardo abraso dell’ombra
d’uomo in controluce sulla soglia
della casa, sagoma bruna che patisce
l’albeggiare dell’aria che schiara
in opache gradazioni il ritmo ancora
spento del paesaggio collinare,
che s’indora infine sui crinali.
Scende ora la luce a pennellare
l’ocra il giallo e un verdemare,
mentre in alto nel giorno pieno
perdura la corona livida
della caduta e dietro l’azzurro,
imperituro nello splendore del sole,
il pallido sudario del vuoto.

ermes dorigo
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