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GABRIELE
GHIANDONI
Per Ercole Bellucci
La capacità maggiore di Ercole Bellucci - il poeta rimasto per tutta la
sua vita ‘isolato’ a Urbino, sua città natale - è stata quella di
inventare nella sua poesia una lingua originale ‘povera’, facendo uso
di materiali ‘umili’ e familiari, di termini con impasto dialettale.
A Ercole faceva piacere sentir definire il suo verso neobarocco; un verso all’apparenza facile ma ottenuto attraverso la paziente rivisitazione di Luigi Pulci, di Jacopone da Todi e del Burchiello, come appare ad esempio nella poesia Moscheide, costruita in sei movimenti con l’incipit quasi naturalistico: “la mosca rimasta chiusa nella stanza / risale la finestra scorre sul vetro / dritta a zig zag avanti indietro”. La cantilena, pseudo-ingenua e dalla raffinata linea melodica, si ripete con vivace lentezza mantenendo lo stesso ritmo monotono. Il verso si dilata, si rinnova, mai compresso nella gabbia rigida della cantilena sempre uguale; con il rischio della ripetitività, paventato dallo stesso autore: “esegue senza rete/il poeta si ripete”. Il rischio è però evitato con il sapiente uso del fraseggio musicale, giocato sulla corda lunga della filastrocca carica di ironia: “alza incrocia le gambe / dietro la testa e sulle spalle/ come per annodarsi lo scialle”. La forma-filastrocca del verso è dominante nella poesia di Bellucci; come testimonia ancora la cartella d’arte Vanvera, una variazione sonora di un antico fanfera: sono tredici composizioni visive e due poesie, dove il gioco della poesia visuale rimanda al calligramma, come appare evidente nella costruzione dell’indice: una conclusiva composizione grafica a scheletro di farfalla, il corpo segnato dai numeri di una ipotetica classificazione e le ali aperte dispiegate asimmetriche. In Minuetto, quasi poesia visiva nella raccolta eponima, Bellucci dimostra di raggiungere toni alti, giocando con tutti i registri, scarti improvvisi, enjambements che trasformano e rendono di molteplici significati il verso: “con la sua madonnina porcella- nina nana forsforina luminosa statuina”. Ercole è stato il cantore “viscerale” della sua città, dove ha trascorso l’infanzia che “...non perdona / quel poco che cambia // il resto non combina / dura una vita intera / si farà male forte // tanto ci ricasca”. Osserva con distacco e affetto i ragazzini che scendono le scalette dalla piazza al Mercatale a Lavagine: ”Scendendo giù / ripidi scalini / solo se sollevati per un braccio / si arriva al sicuro sul piancito // davanti al fuoco cominciava / a comparire un infermo / che ammorbidiva il piede nel ranno / come la Regina nel latte / la vigilia delle nozze // nella mensola cipolle / imbiondite nel buiore / ingiallito un Sacrocuore / sfiorato dalla luce / del finestrino inferriato / di graniglia arancione / porosa come la carne / cruda del polmone / il lavandino screziato / di semini fitti / bui come insetti / intrisi nell’impasto / li rimasti a impietrire”. Vicoli che indicano una porta, un ingresso: appoggiate su di una mensola - come portafortuna, forse - “cipolle/imbiondite”; all’interno, nel buio appena sfiorato dalla luce che penetra attraverso il “finestrino inferriato” - che indica contemporaneamente sicurezza/protezione/impossibilità di fuga - un “Sacrocuore ingiallito”; e ancora, la descrizione nominalistica delle cose - la graniglia arancione porosa, il lavandino screziato di semini, uguali a insetti destinati lì a impietrire - lascia intendere lontana la presenza del protagonista-poeta e dei suoi amici, ancora immersi nella terribile infanzia che non perdona; che ritorna nella memoria di un vecchio infermo “che ammorbidiva il piede nel ranno”; e nella favola della Regina con i piedi immersi nel latte, alla vigilia delle nozze/della vita. “Guidaci tu - sembra dire Ercole - nostalgia, per il ritorno a casa”; raggiunta rasentando i muri, dentro i vicoli in ripida discesa, per un poco di riposo “davanti al fuoco”. |